(Genesi 3, 19)
Negli articoli precedenti, ho proposto una sorta di laudatio temporis acti malinconica quanto sospirosa, un succedersi di ricordi e memorie su come si presentava Arbus qualche decennio fa. La fantasia, supportata da scarne e frammentarie notizie, ci restituisce un immagine del nostro paese un po' romanzata, ma sicuramente suggestiva.
Siamo andati a recuperare vecchi scorci di quella che veniva chiamata la città dei fiori, correndo sul filo della memoria. Si potrebbe fare un lungo elenco di ciò che abbiamo smarrito per sempre, ma forse è solo la malinconia a orientare questi pensieri. C'è qualcosa, però, che non si è perso nel tempo ed è il profumo del pane nelle notti d'estate: questo miracolo si è conservato, per nostra fortuna, tale quale a quando eravamo bambini. L'odore del pane che cuoce nella notte e sale dalle vie del paese, ricordandoci la semplicità degli antichi sapori e l'immutata bellezza della vita.
Quando il paese dorme e le strade sono ormai deserte, mani sapienti preparano il pane che l'indomani mattina sarà sulle nostre tavole: un lavoro paziente e nobile, un arte antica che si tramanda e si perpetua da secoli. L'aria intorno si riempie di questa genuina fragranza, l'anima se né rallegra e il pensiero va ai panettieri che mettono in forno il loro ottimo pane: sentirne l'inconfondibile profumo è davvero un'esperienza che si fa con l'anima.
I mestieri che si esercitano nel cuore della notte hanno sempre rivestito un fascino particolare, e quello del fornaio non fa sicuramente eccezione, con quel pizzico di magia e mistero che lo accompagnano immutabilmente. Viene la sera, e al calare delle tenebre, i panettieri arburesi rinnovano il loro rito, ripetono instancabilmente il loro prodigio; fanno lievitare il pane, per poi consegnarlo ai loro forni, ottenendone una perfetta cottura.
Quante volte da ragazzi abbiamo bussato alle loro botteghe per avere un po' di pane appena sfornato; ricordo che poi andavamo a mangiarlo in piazza San Lussorio; tra un boccone e l'altro, finivamo sempre per parlare di sogni, ragazze, futuro e così aspettavamo fiduciosi le prime luci dell'alba.
Qualche notte fa, in compagnia di amici, ho bussato di nuovo alla porta di un fornaio di Arbus, due chiacchiere e un po' di pane caldo da portare via, per mangiarlo insieme e cullarsi nell'illusione che in fondo siamo sempre gli stessi di tanti anni fa, che il mondo è cambiato, ma noi no!!!! Ho un immagine poetica di questa serata: il panettiere che apre la porta e appare come da una nuvola bianca di farina, mentre il pane cuoce e una radio su una mensola suona una vecchia canzone un po' blues.
Ma si, forse davvero non siamo cambiati, sicuramente poi non è cambiato il profumo del pane nelle notti d'estate.
William Collu
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